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sergio velluto All'inseguimento, forse, dei manoscritti valdesi

di Erica Scroppo

La risposta valdese al "Codice Da Vinci"

di Augusto Cavadi

Il codice valdese

di Peter Ciaccio

Il codice valdese

di Piero Ferrante

All'inseguimento, forse, dei manoscritti valdesi

Mistero, ma soprattutto storia nel libro di Sergio Velluto

di Erica Scroppo

Noi non ci facciamo quasi caso - e sbagliamo!- ma tutti quelli che si avvicinano per la prima volta alla storia valdese si stupiscono di quanto sia avventurosa e al limite del credibile.
E immancabilmente non ci capacitano del fatto che con la fucina di materiale e le possibilità offerte dai suoi 850 anni provati, e i forse molti più non provati e avvolti nel mistero, abbia generato così poco in termini di lettura alla portata di tutti.
Specie dal momento che invece si presta a ogni genere, dal thriller al giallo al noir alla fiction al romanzo storico. Per non parlare del cinema dove ci sarebbero possibilità enormi per almeno una trilogia mozzafiato. Da cui anche coloro che temono la Storia - considerata a torto noiosa materia da scuola - potrebbero partire per avvicinarvisi e ricredersi.

Finalmente il nostro dissacratore semiufficiale, o meglio alleggeritore dei sacri miti, sempre comunque pieno di affetto e deferenza, Sergio Velluto, ha prodotto una storia come si deve in stile Codice da Vinci, con una differenza fondamentale.

Personaggi e omicidi - del XXI secolo - a parte, tutta la vicenda si basa su fatti storici accaduti nel corso dei secoli e i «codici valdesi» esistono davvero. Li ho visti più di una volta nella University Library di Cambridge: sono piccoli o minuscoli manoscritti in lingua occitana redatti dai barba tra il XIV e XV secolo e originariamente conservati nei reconditi del Coulegi, la medioevale Scuola teologica nascosta tra i boschi di Pra del Torno in val d'Angrogna. Da qui i preziosi libretti furono portati in salvo e furono più volte sottratti o andarono smarriti. Dopo vicissitudini di vari secoli al limite del verosimile sono ora collocati oltre che a Cambridge, nel Trinity College di Dublino e a Ginevra. Fin qui i fatti. Vero pure il progetto purtroppo andato a monte, di riunirli tutti in una mostra nei locali dell'Archivio di Stato di Torino.

Certo l'idea che in mezzo a massacri, saccheggi e incendi qualcuno si prendesse la briga di salvare, rischiando la vita, dei libercoli in apparenza senza valore suscita perplessità e la curiosità non è appagata dalla conoscenza del grande attaccamento dei valdesi alla loro storia e tradizione.

In vari poi si sono chiesti e continuano a chiedersi che fine avessero fatto coloro che erano contrari alla decisione presa con il Sinodo di Chanforan del 1532 di aderire alla Riforma e diventare chiesa. Per lo me¬no resta lo spazio per dubbi e supposizioni.
Velluto, valdese di Puglia e torinese di adozione, non si è accontentato di risposte facili e in fondo riduttive, ma ha costruito un plausibile e verosimile (e chi può negare che non sia anche vero?) intrico di interessi, complotti, trame che in un percorso intrecciato di tempo (2009, XV e XVII sec.) e di luoghi (Torino, North Carolina, valli valdesi, Lione ... ) ci fa riscoprire la storia valdese e quella dei manoscritti in modo insolito, a partire dai sotterranei della Torino misteriosa di oggi e dalla vita segreta di non pochi suoi cittadini.

Che Torino sia con i suoi fiumi e poli magnetici una delle tre città del triangolo «magico» è risaputo; che con le sue gemelle Praga e Lione sia anche unita dal «cerchio» valdese è, al di fuori del nostro ambiente, assai meno noto.

Quando Gloria, professoressa universitaria e curatrice della mostra, viene colpita in testa mentre apre la cassaforte e il più prezioso dei manoscritti scompare, ecco che ritornano ombre e sospetti mai chiariti del passato, che si fanno seriamente minacciosi quando subentrano pure i morti. La puntata a Torre Pellice, ristoranti inclusi, è un momento di familiare e relativa calma.

Subito dopo in un avvincente crescendo il Suv nero, il professore del Collegio valdese, ex-linguista corrotto pentito, l'insigne accademico di Lione, il giornalista torinese, la ricercatrice di Salem, i vari barba e i loro eredi e discendenti si snodano e si inseguono chi per sfuggire ai misteriosi killer, chi alla ricerca del documento e della verità sia pur per scopi diversi.

Il codice scomparso in particolare pare racchiudere segreti di cui i «cattivi» vogliono impossessarsi, cosa che i «buoni» vogliono impedire. Né mancano alti prelati agenti del Vaticano, che al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, anche perché sarebbe troppo scontato, non sono all'inseguimento degli «eretici» e neppure del prezioso "santo bottino".
Tutto è meno lineare di come appare.

[1] Pubblicato su Riforma del 23 dicembre 2011

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La risposta valdese al "Codice Da Vinci"

di Augusto Cavadi


Il nome della rosa e Il codice da Vinci hanno inaugurato un genere letterario che, con qualche approssimazione, potremmo denominare “giallo teologico”.
Non è facile inserirsi in questo alveo senza apparire né noiosi né copioni: Sergio Velluto, con Il pretesto (Claudiana, Torino 2011, pp. 307, euro 14,90) c’è riuscito brillantemente.
Gli ingredienti tipici ci sono tutti: un codice medievale, un’associazione segreta reazionaria, un’altra associazione altrettanto segreta di stampo evangelico, i Servizi segreti vaticani, una coppia all’alba dell’innamoramento, un ispettore di polizia, qualche cadavere qua e là…Velluto li sa mixare con maestria, intrecciando suspense ad humour, erudizione storica e riferimenti all’attualità, pathos religioso e analisi psicologica.

Raccontare la vicenda sarebbe crudele nei confronti del candidato lettore perché uno dei pregi del libro è proprio nel susseguirsi di colpi di scena: il corso degli avvenimenti non si svolge mai secondo modalità prevedibili.

A rendere ancora più dinamico il registro narrativo è l’intreccio, capitolo per capitolo, di tre vicende che solo alla fine del libro riveleranno con chiarezza i nessi reciproci: una si svolge nelle valli alpine, a cavallo fra Francia e Italia, dal XVI al XVII secolo; un’altra si svolge a Torino nel XXI secolo; una terza, infine, sempre nel XXI secolo, ma negli Stati Uniti d’America.

Tra le sorprese esplicite che attendono il lettore nelle ultime pagine (sino a quella sorta di “titoli di coda” in cui si viene aggiornati sull’esito esistenziale dei principali protagonisti) ne va segnalata una che può non apparire tale ma che per me lo è stata.
Mi riferisco al fatto che l’appartenenza dell’autore e della casa editrice al mondo valdese - e soprattutto le vicende iniziali del romanzo – lascerebbe supporre che il ruolo di ‘cattivi’ venga giocato dalle gerarchie cattoliche o, per lo meno, dai Servizi segreti del Vaticano: invece (ma non aggiungo altro!) alla fine non sarà come appariva all’inizio.

Così, oltre che divertire e appassionare letterariamente, l’opera di Sergio Velluto consegna anche un messaggio di tolleranza, anzi di fratellanza.
E lo mette proprio sulle labbra del capo dello spionaggio vaticano che si rivolge al capo della plurisecolare confraternita protestante: “Non penso che in questa aurora di millennio si possa continuarla a pensare in questo modo. Voi a pensare che noi siamo Satana, l’anticristo, e noi a ritenervi eretici da eliminare. La storia deve pur servire a qualcosa. E se non la storia almeno la maturità a cui sta arrivando l’umanità intera”.

Un lieto fine, dunque? Per certi versi, sì. Ma attenzione alle ultime pagine: ci sono tutti i presupposti perché, chiusa la storia di un enigmatico codice antico, se ne possa riaprire domani un’altra. Con un altro codice, ancor più misterioso, per protagonista.

“Centonove” 23.12.2011

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Il codice Valdese

di Peter Ciaccio


Un avvincente thriller tra Torino e Lione sulle tracce di un antico manoscritto, ma soprattutto di un antico segreto

Il pretesto, di Sergio Velluto, quinto romanzo della neonata serie narrativa della casa editrice protestante Claudiana, racconta l’avventura di Gloria, una ricercatrice universitaria alle prese con il furto di un manoscritto medievale valdese. Velluto segue quella che per Hitchcock era la regola numero uno del thriller. Oltre ad una costruzione solida dei personaggi, Velluto se la cava bene con l’altro elemento hitchcockiano per eccellenza: il "MacGuffin", che – chissà se l’ha fatto apposta – altro non è che il pretesto per raccontare una storia. Nel Codice il pretesto era la leggenda del Santo Graal, su cui non c’è niente da scoprire né Brown ha rivelato alcunchè di nuovo. Ne Il pretesto il MacGuffin è la possibilità che qualcuno all’interno del movimento valdese abbia conservato segretamente la prova di una successione apostolica al di fuori della Chiesa Cattolica Romana: una “Chiesa nel deserto” contrapposta alla potente Chiesa costantiniana, sopravvissuta, in maniera rocambolesca, ma sempre sopravvissuta ai tentativi di sterminio totale e di riscrittura della storia in chiave romano-centrica.

L'indro

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Il codice Valdese

di Piero Ferrante


Gloria è una docente single in carriera, in procinto di realizzare quello che, per lei, è il progetto dei progetti: una mostra di libri valdesi, codici medievali di valore inestimabile, custodi di segreti ancestrali e di rivelazioni misteriose. Enrico è un giornalista, redattore delle pagine culturali piemontesi de La Repubblica , divorziato, con un figlio ed un mucchio di punti interrogativi. A fondere senza possibilità d'appello le loro vite apparentemente imbrigliate in una sonnacchiosa routine metropolitana, è un furto. Pochi giorni prima dell'inaugurazione della mostra curata da Gloria, infatti, qualcuno sottrae uno dei volumi giunti a Torino dalla Biblioteca dell'Università di Cambridge.

Nel tentativo di scoprire gli autori della malefatta, che rischia di mandare a monte i propositi della professoressa, i due si gettano all'inseguimento del tempo. Un lungo vagabondare tra i misteri della storia eretica, che li conduce sulle strade battute e difese dai valdesi durante l'Età di Mezzo. Da Torino alla Val di Susa, e da qui alla Francia, destinazione Lione, alla ricerca martellante di un senso più che di un vero e proprio colpevole. Perché i rapinatori hanno portato via un solo codice degli otto in mostra? E chi c'è dietro l'omicidio di Gustavo, compagno di studi di Gloria, trovato cadavere proprio lungo il percorso? La Chiesa di Roma, impaurita dalla possibilità che, all'interno delle pagine resuscitata delle ere dimori la prova provata della falsità della discendenza dall'Apostolo Pietro? Oppure gli interessi poveri e particolari di meschini quanto oscuri personaggi?

Ad indagare sulla vicenda, è l'ispettore Finocchiaro, goffo e passionale poliziotto con all'orizzonte il desiderio di una pensione tranquilla. Ma questo è il palco. Dietro le quinte, in un proscenio costruito di sotterranei e gallerie, c'è l'Entità. Cioè, i servizi segreti vaticani. In quest'ammucchiata di sangue e misteri, in cui tutti sembrano avere qualcosa da nascondere, si dipana il plot de “Il pretesto” , thriller all'italiana costruito con buona dose di pazienza da Sergio Velluto e pubblicato, quest'anno, dall'editrice valdese Claudiana . Un noir ombroso, dai toni cupi ed opprimenti. A tratti claustrofobico; inquietante nelle ambientazioni, sempre strette in soffitti troppo bassi o in nevi perenni, in cui la luce del sole è un'utopia; ansiogeno nella trama, che salta qui e lì nel tempo e nello spazio, che coarta a lunghi viaggi ed avventurosi inseguimenti. “Il pretesto” è un libro senza pace: nelle mani si ribella, fatica a stare fermo. Pur non brillando per originalità nelle trovate – ma, insomma, il genere è quello e, tutto sommato funziona – e pur perdendosi nella futile abbondanza dei rimbalzi temporali (che soltanto alla fine avranno donde), regala attimi di pathos buoni per Dan Brown, ma con qualche appiglio storico più piantato nella roccia della realtà.

300 e rotte pagine a rotta di collo, con poche pause e discreti colpi di scena. Tra notti di passione e dubbi atroci, riti orgiastici e spunti misterici, persone che appaiono e poi scompaiono per riapparire ancora da qualche parte, una buona predicazione giallistica made in Italy.

Macondo-La città dei libri

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